Gross Personal Production


Lanfranco Pace sulle pensioni – da Il Foglio 21/07/2007
luglio 21, 2007, 4:08 pm
Filed under: pensioni

Ammuina sulle pensioni
Il linguaggio (falso) del corpo
della riformicchia prodiana

Epifani imbarazzato, Angeletti rapsodico
Tps si fa scappare un “certo” di troppo.

A volte le parole vanno da una parte, i movimenti del corpo, l’espressione del volto da tutt’altra:
sono comportamenti che la cinesica analizza comecontraddittori con il contesto e possibili indizi di menzogna. Prendiamo per esempio i leader delle grandi confederazioni sindacali. Epifani dice che certo poteva andare meglio ma la trattativa “E’ stata comunque un successo“, lo dice però con un filo di voce, con gli occhi bassi. E’ percepibile una situazione di imbarazzo. Bonanni dice che la riforma è stata fatta apposta per i giovani, quindi è portatrice di futuro, ma lo dice con voce tonante accompagnandola con ampio movimento delle braccia: è il comportamento di chi cerca di convincersi di quello che dice.
Infine Angeletti: è rapsodico, inizia una frase ma non la finisce, ha la parola saltellante e cerca di essere creduto usando il registro della bonomia, il sorriso accattivante. E’ singolare che attori di questo calibro non siano riusciti a trovare cinque parole chiare e comprensibili, uno slogan, per spiegare il senso delle sfibranti trattative e la portata della conquista. I rappresentanti del governo non sono da meno. Il ministro Damiano parla come il grande architetto dell’accordo ma lo fa seduto in pizzo alla sedia, girato di tre quarti verso la telecamera fissa: la postura Lilli Gruber lede l’autorevolezza necessaria per una simile occasione. Autorevole, fin troppo, Tommaso Padoa-Schioppa. A braccia conserte, quasi in segno di sfida ha l’allure di chi è pronto a reggere l’urto. Spiega che l’accordo è importante, che l’equilibrio dei conti è assicurato per molti anni e che non ci saranno nuove crisi. Fin qui tutto bene, è autorevole, convince. Poi però, un po’ per onestà intellettuale, un po’ per stare in pace con se stesso, dice la parola fatidica che un politico non dovrebbe mai dire: ‘Certo‘. Certo, bisognerà rivedere qualcosa nel caso in cui si volesse innalzare in modo più significativo l’età pensionabile o equiparare il trattamento per uomini e donne. Da quel ‘certo‘ in poi non conta più quello che il ministro dice. Conta quello che pensa e che gli si legge in volto: che il compromesso è rabberciato e di retroguardia, che si è sprecato tempo e che la verità dei fatti non tarderà a bussare alla porta. Enrico Letta si presenta senza giacca, in camicia e cravatta. Un look da ex studente di Harvard sicuro di avere un bell’avvenire che però proprio sul futuro perde la bussola: la riformicchia sarebbe niente di meno che l’inizio di una nuova era del welfare. Di solito chi perde simula con difficoltà. Infatti la sinistra radicale è riuscita benissimo ad accordare i toni. Bertinotti dice che ora dovranno pronunciarsi i lavoratori, ha un tono super partes ma l’espressione del volto è livida. Giordano che ha perso una battaglia ne
cerca altre: il precariato, il superamento della legge 30, di cui non si parla più nemmeno nella maggioranza. Per ricordare ad
antagonisti e movimenti che non molla, è sempre sul piede di guerra. Una riforma del regime previdenziale c’era già. Se bisognava metterci mano di nuovo, non era tanto per il problema dello scalone, ma per innalzare l’età pensionabile. Come sanno le persone di buon senso. In assenza di contenuti innovativi da sottomettere alla trattativa, è il rito logoro della concertazione che prende il sopravvento. La battaglia dello scalone esce dalle pagine epiche delle lotte sociali ed entra di diritto in quelle dell’ammuina.

Lanfranco Pace – Il Foglio 21/07/2007

Annunci